Skip to main content

Nelle scorse puntate abbiamo visto come i format on demand e le serie più blasonate ci ricongiungano spesso al punto narrativo. Keanu Reeves è stato più volte citato in questo nostro appuntamento e sembra non avere intenzione di nascondere il suo interesse per i mondi Cyber.

L’attore ha infatti manifestato a più riprese il suo desiderio di riprendere il ruolo di Johnny Silverhand nel futuro di Cyberpunk 2077, titolo che abbraccia videogiochi, libri e serie Netflix. I suoi personaggi, insieme a perle meno note degli anni novanta, ci accompagneranno oggi tracciando un filo rosso che unisce Johnny Mnemonic (1995), Ghost in the Shell (1995) e Nirvana (1997), fino ad arrivare alle opere più recenti come Cyberpunk 2077 (2020) e Cyberpunk: Edgerunners (2022-2025).

A collegare queste opere troviamo l’idea fondamentale che la tecnologia non sia più uno strumento esterno all’uomo, ma una sua estensione diretta. Negli anni ’90 questa visione era percepita come estrema, quasi disturbante. Oggi, alla luce di chip neurali sperimentali, protesi automatizzate, dispositivi medicali connessi e veicoli a guida autonoma, appare meno fantascientifica di quanto si vorrebbe ammettere, seppur mantenendone i tratti angoscianti.

Night City e l’uomo come endpoint vulnerabile

Cyberpunk 2077 ci catapulta a Night City, una megalopoli dominata da megacorporazioni, protesi cibernetiche invasive e una disuguaglianza tecnologica feroce. Il protagonista, V, è un mercenario digitale che vive di intrusioni, furti di dati, sabotaggi e manipolazioni di sistemi. Qui l’hacking non è una semplice metafora: è parte integrante della sopravvivenza.

Dai quickhack che mandano in crash un impianto neurale fino alla violazione di reti corporative, il gioco rappresenta un mondo in cui ogni essere umano è anche un endpoint, costantemente esposto. Nel mondo reale non siamo ancora a quel livello di innesti neurali di massa, ma il concetto è sorprendentemente attuale. Smartphone, wearable, cloud personali e dispositivi IoT fanno già oggi parte della nostra identità digitale.

Compromettere questi dispositivi equivale, di fatto, a compromettere la persona. In questo senso, Night City è una versione estremizzata – ma non irrealistica – di una società dove la superficie d’attacco coincide sempre più con il corpo umano.

Edgerunners: il costo umano della tecnologia

La serie animata Cyberpunk: Edgerunners rafforza questa visione, spostando il focus dall’azione al costo umano della tecnologia. David Martinez non è un hacker nel senso classico, ma diventa progressivamente una piattaforma instabile, sovraccaricata di cyberware. Il tema centrale non è tanto l’intrusione nei sistemi, quanto la mancanza di sicurezza by design.

Vediamo impianti non pensati per la salute mentale, software che non prevedono limiti e aggiornamenti assenti o imposti dalle corporazioni. Il parallelo reale è inquietante: algoritmi che spingono l’overworking, piattaforme che monetizzano l’attenzione e sistemi che non tutelano l’utente ma lo consumano.

In Edgerunners la “cyberpsicosi” è una patologia narrativa, ma nel mondo reale assume la forma di burnout digitale, dipendenza tecnologica e perdita di controllo cognitivo. Non si tratta di hacking attivo, ma di una violazione tacita dell’individuo.

Ghost in the Shell e Nirvana: filosofie di hacking

Ghost in the Shell porta il discorso su un piano ancora più filosofico e, paradossalmente, più concreto. Il Maggiore Motoko Kusanagi vive in un mondo in cui il confine tra mente e rete è dissolto. Il “ghost” è la coscienza, il “shell” il corpo artificiale. Qui l’hacking più pericoloso non è rubare dati, ma riscrivere identità, manipolare ricordi e alterare la percezione della realtà.

Nel film e nella serie, gli attacchi avvengono direttamente sulla mente attraverso intrusioni nei cyberbrain. Sebbene sia fantascienza, il concetto è oggi al centro del dibattito sulla neurosecurity: se domani le interfacce cervello-macchina diventeranno comuni, chi garantirà l’integrità dei pensieri? Già oggi assistiamo a forme primitive di questo fenomeno con deepfake, disinformazione algoritmica e profilazione psicometrica.

Nirvana di Salvatores, spesso sottovalutato, è forse l’opera più lucida in chiave europea. Ambientato in un futuro prossimo e sporco, racconta la storia di un programmatore che cerca di cancellare un personaggio videoludico divenuto autocosciente. Qui il cyberspazio non è glamour, ma degradato, instabile e profondamente umano.

L’hacking in Nirvana è fatto di accessi abusivi, manipolazione del codice e sfruttamento di falle logiche. È un hacking “artigianale”, molto più vicino alla realtà di quanto sembri. Non vediamo megacorporazioni onnipotenti, ma sistemi fragili, scritti male e mantenuti peggio. Un mondo dove la sicurezza è un’appendice, non un requisito, rispecchiando chi lavora oggi con legacy system e infrastrutture improvvisate.

Il controllo dell’informazione e i paralleli reali

Nel cyberpunk classico, la trama ruota quasi sempre attorno al controllo dell’informazione. Johnny è un corriere di dati perché il dato è troppo pericoloso per restare su un supporto tradizionale. Se analizziamo Ghost in the Shell, l’informazione coincide con l’identità stessa: hackerare un “ghost” significa riscrivere una persona.

L’approccio di Nirvana, invece, ci mostra come il codice generi coscienza e il bug diventi una forma di sofferenza digitale. Infine, in Cyberpunk 2077 ed Edgerunners, l’informazione è potere puro: chi controlla i dati, il firmware e le reti controlla la città, i corpi e le vite. Questo schema narrativo riflette in modo sorprendentemente accurato il mondo reale.

Oggi non esistono corrieri neurali illegali come Johnny, ma esistono cloud mal configurati, endpoint non protetti, supply chain software compromesse e dispositivi personali che contengono più dati sensibili di qualsiasi server degli anni ’90. Smartphone, wearable devices, impianti medicali e veicoli connessi sono, a tutti gli effetti, estensioni digitali dell’individuo. E come tali, estendono la superficie di attacco.

Dalla fiction alla realtà: i rischi della mancata sicurezza

Le tecniche di hacking mostrate in queste opere, seppur romanzate, si basano spesso su concetti reali. In Ghost in the Shell, il “ghost hacking” è una rappresentazione estrema ma concettualmente corretta di un attacco di tipo identity takeover. Oggi questo si traduce in account compromessi, deepfake, social engineering avanzato e furti di identità digitali. Non serve riscrivere un cervello, basta convincere una persona a fidarsi del messaggio sbagliato.

Allo stesso modo, in Nirvana, l’elemento chiave è il bug non previsto che genera un’entità autonoma. È una metafora modernissima del software non governato: codice approssimato, librerie non aggiornate e dipendenze vulnerabili. Nel mondo reale, gli incidenti più gravi nascono spesso da errori di progettazione e scarso controllo del ciclo di vita dei software, piuttosto che da attacchi sofisticati.

Cyberpunk 2077 ed Edgerunners fanno un passo ulteriore portando l’hacking sul piano fisico: cyberware compromesso, override di impianti e sabotaggio di protesi. Siamo nella pura fantascienza, ma il parallelo è diretto con i rischi reali legati ai dispositivi medicali connessi. Pacemaker, pompe di insulina ed esoscheletri sono già oggi potenziali superfici di attacco, minacciati non da netrunner criminali, ma dalla mancanza di security by design.

Conclusioni: il fattore umano rimane critico

Anche il tema delle megacorporazioni onnipresenti non è così distante dalla realtà. Oggi poche grandi piattaforme gestiscono cloud, identità digitali e intere supply chain tecnologiche. Un errore di configurazione o una compromissione a monte può avere impatti sistemici, esattamente come nei mondi narrativi cyberpunk.

Le produzioni degli anni ’90 affrontavano questi temi con un tono di allarme. Quelle contemporanee, soprattutto le produzioni Netflix, li integrano come progressivi dati di fatto. In Edgerunners, il problema non è più se impiantarsi tecnologia, ma quanto se ne può reggere prima di perdere sé stessi. È un cambio di paradigma che riflette il presente: la tecnologia non è più opzionale, ma strutturale. La sicurezza, però, continua a essere trattata come un’aggiunta successiva.

Il cyberpunk, quindi, non predice il futuro: descrive il presente usando metafore estreme. Riguardare oggi queste opere significa osservare una lunga continuità culturale: l’uomo che integra la macchina, senza mai riuscire a integrarne davvero la sicurezza. I dati del 2025 confermano questa lezione, con un aumento del 94% degli attacchi basati sulla fragilità del fattore umano. Con l’augurio che le avventure di Keanu & soci ci aiutino a sviluppare maggior sensibilità in materia, auguriamo una Buona Visione!

Articolo in collaborazione con Lorenzo Raimondo, Managing Director di Observere