L’impatto dell’AI sulla creatività e il ruolo dell’artista
Dall’arrivo (tra le tante) di Midjourney, Stable Diffusion, DALL·E e Nano Banana, il mondo della creatività visiva ha subito un duro colpo, mettendo ancora più in discussione il ruolo dell’artista e di cosa possa essere considerato arte. Con un (semplice) prompt, chiunque può generare illustrazioni, concept art e persino “stili” ispirati a grandi maestri. Nella generazione di contenuti tramite AI vengono in mente alcune figure legate al mondo dell’arte: l’artista (ovviamente), l’art director e l’amanuense.
L’esempio di Brandon Sanderson: Art Director vs Artista
Il riferimento a queste figure nello studio dell’AI e del diritto d’autore non è certo nuovo ma mi è tornato in mente dopo aver recentemente letto un intervento di Brandon Sanderson sul tema di chi si definisce “AI Artist”. Per illustrare elementi dei suoi romanzi fantasy, Sanderson affida regolarmente incarichi all’artista Ben McSweeney. Pur fornendo idee, istruzioni e supervisione creativa, Sanderson riconosce sempre che il merito e il diritto di essere riconosciuto come artista per le parti grafiche/visive spettano a McSweeney. Non rivendica mai la paternità delle illustrazioni, considerando il proprio ruolo simile a quello di un art director al fianco di un professionista creativo.
Le tre figure chiave: Art Director, Artista e Amanuense
Ma facciamo un passo indietro e analizziamo brevemente queste tre figure:
● Art director: colui che fornisce visione, concept e linee guida. Non realizza direttamente l’opera, ma indirizza.
● Artista: l’esecutore creativo che compie scelte autonome, originali e riconoscibili. È in genere il titolare del diritto d’autore.
● Amanuense: il copista, che riproduce fedelmente sotto istruzione altrui senza margini creativi. Non è considerato autore. Queste categorie, nate in contesti “tradizionali”, vanno ora messe sotto la lente dell’AI generativa.
La natura meccanica dell’AI generativa
Gli algoritmi non dispongono né di un “impulso” artistico, né di una sensibilità estetica paragonabile a quella umana. Non “vivono” direttamente ciò che producono, non fanno scelte emotive o stilistiche. Semplicemente eseguono istruzioni. Ricevono un prompt – una frase, poche parole chiave – e, attingendo a enormi archivi di dati, restituiscono immagini che rispettano al meglio quei criteri secondo una ricombinazione statistica. È un processo potente, ma pur sempre meccanico.
L’AI come Amanuense Digitale e il ruolo del Prompter
Nella generazione di contenuti con AI, dunque, entrano in gioco due fattori principali. Da un lato le istruzioni fornite dal prompter. Dall’altro l’elaborazione meccanica con cui l’algoritmo interpreta (statisticamente) il prompt e lo esegue. In base a questa semplificazione del processo potremmo quindi pensare che l’AI sia una sorta di amanuense digitale. Proprio come lo scriba medievale si limitava a ricopiare testi senza modificarli, l’algoritmo elabora e ricombina dati senza imprimere un effettivo tratto personale. Non aggiunge intenzione, non mette in gioco emozioni o sensibilità estetica. In questa ricostruzione se dovessimo cercare a tutti i costi una scintilla creativa la troveremmo più in chi formula l’input: il prompter. Eppure nemmeno il prompter, per quanto abile o minuzioso, ha il pieno controllo del risultato.
L’imprevedibilità dell’output e i limiti della tutela
Se l’artista non riesce a prevedere l’output generato dall’AI e non ha la certezza che la macchina replichi fedelmente la sua idea, allora l’AI potrebbe essere vista come un amanuense imperfetto: uno strumento che interpreta in modo parziale le istruzioni ricevute. Per ottenere davvero l’opera come immaginata, è necessario l’intervento diretto dell’artista, con il suo apporto creativo. Solo a quel punto il risultato può essere considerato tutelabile. Restando nello scenario del ‘cattivo amanuense’, però, si potrebbe arrivare a una situazione paradossale per cui il prompter non riesce a ottenere l’immagine desiderata, ma finisce anzi per vedere la propria visione influenzata e deformata dagli output variabili ed imprevedibili prodotti dall’AI. In questo caso, l’elemento umano verrebbe meno, compromettendo la possibilità di tutela autoriale.
Il Prompt e l’assenza di tutela autoriale
Inoltre, al mero prompt (per quanto alcuna dottrina voglia aprire uno spiraglio di tutela) per ora non spetta tutela autoriale in quanto: (i) l’AI interpreta i prompt “a modo suo” e perciò i risultati non hanno una paternità umana diretta dal momento che l’elemento umano viene meno nell’equazione creativa: e (ii) il diritto d’autore protegge opere originali, non semplici idee o istruzioni funzionali, che costituiscono la natura della maggior parte dei prompt. Pertanto, scrivere un prompt significa dare coordinate, ma non conoscere in anticipo la rotta che la macchina seguirà per arrivare all’immagine finale. L’algoritmo attinge a una miriade di elementi, talvolta non prevedibili, e dallo stesso input possono scaturire output diversi tra loro. È un processo di generazione che appare quasi casuale: guidato, sì, ma mai del tutto governabile.
Il paradosso del Prompter-Art Director e dell’AI-Artista
Secondo questa impostazione parrebbe quindi apprezzabile la visione di Sanderson per cui il prompter sarebbe paragonabile a un art director: definisce lo stile, indica la direzione, suggerisce cosa dovrebbe emergere ma lascia all’artista il controllo sull’output che contiene anche un suo apporto. Tuttavia, la legge sul diritto d’autore non riconosce automaticamente questa funzione di guida come un atto creativo. Se seguiamo la logica del prompter come un art director, allora, l’AI che interpreta le istruzioni “a modo suo” potrebbe essere qualificata come l’artista. Ma – come visto – all’algoritmo manca del tutto quell’impulso creativo tipicamente umano, fatto di scelte personali, sensibilità ed espressività. L’AI non infonde emozioni o intenzioni nell’opera. Si limita a un’elaborazione tecnica secondo algoritmi già impostati (per quanto imprevedibili) ma priva della cosiddetta scintilla che rende autentica la creazione artistica.
Conclusioni: l’AI come strumento, non come autore
Infine, una doverosa precisazione, l’uso del termine ‘interpretazione’ riferito all’AI, in realtà, è fuorviante ma era strumentale al presente discorso. Non si tratta infatti di un’interpretazione umana, che implica la capacità di elaborare e attribuire significato a qualcosa alla luce di logica, emozioni, intenzioni e contesto. L’algoritmo non comprende ma si limita a elaborare input secondo regole matematico-statistiche, generando output il più coerenti possibili. L’AI, quindi, non è né un autore né un semplice esecutore (amanuense), ma piuttosto uno strumento che ricombina dati e modelli secondo logiche probabilistiche. Pertanto, non basta orientare una macchina ma servono scelte autonome, originali, personali per poter parlare davvero di “opera” e di “autore”. Non c’è dunque “AI Artist” al più un art director (prompter) per un AI che genererà contenuti privi di tutela (per ora – dal momento che vi sono alcuni contesti in cui si sta discutendo di una tutela ad hoc per i contenuti generati tramite AI).
Articolo in collaborazione con AW LEGAL
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